L’Angolo del SOMMELIER

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Storie di tradizioni, di uomini, di cultura , si nascondono dietro una semplice bottiglia di vino.

Dal 30.1.2009 parte l’angolo del Sommelier, rubrica curata dal mio amico e  Sommeliers AIS Diego Sburlino, che insieme a me e ad altri amici  vi porterà  a spasso tra le produzioni vitivinicole italiane e internazionali, presentate in maniera molto semplice con l’intento di avvicinarvi sempre di più a questo fantastico mondo.

Ogni settimana, presenteremo uno o più vini, di cui vi racconteremo tutte le curiosità, le tecniche di produzione, gli abbinamenti e infine daremo una personale valutazione sul prodotto.

Vi aspettiamo, magari per chiederci dei pareri o per farci conoscere i vostri sull’universo del vino.

Biagio Primiceri

 

francozilianiAlcune precisazioni sul tema Brunello o……per meglio dire, sul tema Ziliani 

                                                                                                                                                                                                    28.04.2009


Nel mio precedente intervento, volto a commentare una serata con Franco Ziliani, ho scritto alcune considerazioni sullo “scandalo” del Brunello e su alcuni tra i principali protagonisti, tra i quali Franco Ziliani per l’appunto. 

Lui dopo avere letto quanto sopra ha commentato così sul suo blog “naturalmente aspettiamo che il sig. Sburlino c’insegni lui a fare critica costruttiva. Da “distruttori” come veniamo additati da lui, aspettiamo di essere istruiti dal novello maestro che a proposito del sottoscritto scrive : “il personaggio è noto ai più per le sue prese di posizione estreme e per la vis polemica che fa da sfondo a quasi tutti i suoi interventi, sono famose le sue ripetute contestazioni alle maggiori e più diffuse guide di vini oltre che alle manifestazioni di livello mondiale tipo Vinitaly e la saccenza con la quale liquida i pareri di esperti mitici, tipo Robert Parker e nell’occasione di cui sopra non poteva astenersi dal professare”…..Poi ognuno, se ne è contento, si tenga gli “esperti mitici” che vuole dando del saccente a vanvera. E con questo considero chiuso il discorso con questa persona. Commento completo su Vino al vino

La reazione, a dire il vero poco composta, non mi stupisce…ho già avuto modo di esprimermi sul suo modo di operare. 

Io non c’e l’ho con lui, sarebbe ridicolo, “ubi maior minor cessat”, ma qualche precisazione merita di essere fatta. 

Lo scandalo “Brunello” ha rivelato al mondo una realtà sommersa e sconosciuta ai più (ma, in effetti e giustamente, sempre denunciata da Ziliani) consistente nell’esistenza di due tipi di questo vino: uno prodotto secondo la ricetta classica, l’unica tra l’altro consentita dalla legge, e l’altro prodotto in modo diverso, tale da renderlo più immediato e ruffiano, adatto al gusto del mercato americano e, più in generale, mondiale all’interno del quale detta legge un personaggio che risponde al nome di Robert Parker jr, autore di The wine Advocate, la più accreditata ed osannata newsletter di tutto il mondo. 

Questo ex avvocato di Baltimora, che per il territorio italiano si avvale della collaborazione di Antonio Galloni, da oltre due decenni determina la fortuna di quei produttori che, nelle sue classifiche, conseguono un punteggio superiore a 90/100. Grazie alla spinta dei suoi giudizi intere aree vinicole, quali California ed Australia, sono diventate modelli di riferimento per tutto il mondo, questo è il motivo per cui, nel mio precedente intervento, l’ho definito mitico, non certo perché ne approvi le scelte (nel mio piccolo s’intende), che com’è noto a tutti sono volte alla promozione di vini che con la tradizione italica nulla hanno a che fare e sono, giustamente, definiti da Ziliani vini seriali e marmellata, a causa dell’impiego di uve internazionali, unitamente a quelle autoctone, che ne accomunano il gusto tutto teso al frutto spinto ed alla intensità senza finezza, secondo le aspettative dei consumatori del nuovo mondo, per l’appunto. 

È da precisare, per dovere di critica, che le valutazioni di Parker non premiano solo i vini marmellata, come potrete constatare se andrete a leggere la classifica 2008 di “The wine Advocate”, dove figurano ai primi posti il Barolo Riserva Le Rocche del Falletto 2004 di Bruno Giocosa (provate a dirmi che è marmellata questo!), nonché, sempre dello stesso produttore il Barbaresco Riserva Rabaja 2001 ed il Barbaresco Asili 2004, oltre ai vini di Conterno Fantino, Elio Altare (il nome del quale è sicuramente noto agli appassionati di Barolo) ecc……. 

Per tornare al tema Montalcino, io non ritengo che il Brunello “nuova maniera” sia meglio di quello d’antan, è ovvio che non è così, sono due prodotti diversi e basta assaggiarli per capirne la differente portata, originalità e complessità, ma ho espresso (nel mio precedente intervento) un’opinione che si pone su un altro piano. 

Sono decenni che il Brunello “scandaloso” viene commerciato sul mercato mondiale, raccogliendo encomi ed apprezzamenti, oltre che per il gusto più facile anche per i prezzi più contenuti. 

La prova di questo sta nelle affermazioni di Ezio Rivella, ex amministratore delegato e fondatore, alla fine degli anni 70’, della Banfi, dalle quali si evince chiaramente (nel famoso dibattito tenutosi all’Università di Siena) che il Brunello di quel tipo viene prodotto “da sempre”, quindi ritengo almeno da qualche anno successivo alla fondazione della sua ex azienda, cioè dagli anni 80’. 

A questo punto c’è da chiedersi se valga la pena di togliere di mezzo, come vorrebbe Ziliani, un prodotto che da decenni viene apprezzato da tutto il mondo, Italia compresa (leggetevi le valutazioni delle guide), e che, anche se immeritatamente, risponde al nome di Brunello (quello , tra l’altro che mi risulta maggiormente conosciuto ed apprezzato all’estero), o sarebbe, invece, meglio recepire e ratificare una realtà, ormai storica, del nostro paese, differenziandola, giustamente, dall’altra, sicuramente più altolocata e destinata ad un pubblico d’elite (considerati i costi proibitivi di quei vini)? E da questo assunto nasce una considerazione costruttiva come quella da me avanzata nello scorso intervento (naturalmente sempre nel mio piccolo ruolo di semplice appassionato). 

Con l’occasione pongo anche un quesito (che ho già posto direttamente a Ziliani sul suo blog, ma al quale ho ricevuto una risposta evasiva). 

Perché lui critica sempre e solo certe guide, per i pareri che danno di certi produttori e dei loro vini (che Ziliani combatte da tempo..tipo Rivetti de La Spinetta, Angelo Gaja, Castello Banfi ecc……), indicandole specificamente e perseguitando, pure, i redattori delle stesse o che con le stesse hanno collaborato, ma non fa lo stesso con la guida A.I.S. che riguardo a quei vini ed a quei produttori esprime le stesse entusiastiche lodi (leggete ad esempio, il commento alla Banfi, che Ziliani ritiene il demonio di Montalcino, sulla guida A.I.S. Duemilavini 2008:…..con un livello qualitativo sempre ai vertici…è un bel testimone del suo territorio….premiando, poi, i vini da questo prodotti con le più alte valutazioni), non sarà forse perché con l’A.I.S. Ziliani ci lavora? 

Diego Sburlino

 

 

                                                            Brunello di Montalcino

brunello1Una serata con Franco Ziliani, il Brunello e…tanta polemica. 

Il 26 marzo si è tenuto, presso il ristorante Ca Noa, a Brescia, un incontro con il noto giornalista Franco Ziliani, che ha presentato 8 Brunelli prodotti da altrettante note aziende ilcinesi.

Chi si aspettava una serata improntata alla degustazione tecnica e/o alla presentazione poetica del terroir d’origine, sarà, indubbiamente rimasto deluso, perché di tutt’altro si trattava.

Il personaggio è noto ai più per le sue prese di posizione estreme e per la vis polemica che fa da sfondo a quasi tutti i suoi interventi, sono famose le sue ripetute contestazioni alle maggiori e più diffuse guide di vini oltre che alle manifestazioni di livello mondiale tipo Vinitaly e la saccenza con la quale liquida i pareri di esperti mitici, tipo Robert Parker e nell’occasione di cui sopra non poteva astenersi dal professare.

La questione che ha visto coinvolto il Brunello di Montalcino nell’anno appena trascorso è nota ai più, ma è bene riassumerne i punti salienti, nel caso le idee di qualcuno fossero un po’ confuse.

Alla vigilia del Vinitaly del 2008 nel mondo del vino italiano è scoppiato uno scandalo legato al fatto che alcuni produttori di Brunello, 5 aziende tra le più note per la precisione, risultavano sotto indagine della Procura della Repubblica di Siena con l’accusa di avere prodotto il mitico vino invece che dal Sangiovese in purezza, come il disciplinare prevede, aggiungendo altre uve in percentuali, attorno al 10% ma anche di più, sufficienti a modificarne la natura ed il carattere.

Ad innescare la miccia alcuni giornalisti del settore ed esperti, tra i quali il succitato, a cavalcare l’onda scandalistica tutti gli altri che hanno visto nell’occasione la possibilità di attaccare, tipico vizio nostrano, la poca serietà italiana, con il bel risultato di azzerare, o quasi, le vendite di Brunello ai danni anche , ovviamente, dei produttori seri, e ce ne sono molti, che proprio per il fatto di essere rimasti produttori di nicchia ed avere conservato le proprie aziende entro dimensioni artigianali hanno subito il contraccolpo più duro.

Sul tema vi sono stati interventi di personaggi noti nel mondo del vino, che si sono schierati a favore di una modifica del disciplinare di produzione del Brunello, tipo quello di Angelo Gaja, che però suscita qualche legittimo sospetto dato che il guru del Barbaresco di nuova generazione è proprietario di una tenuta (la Pieve Santa Restituta) che produce nel territorio di Montalcino 60.000 bottiglie di Brunello.

Il problema, dopo la deflagrazione iniziale, si è parzialmente ridimensionato, ma è rimasto un manipolo di ostinati belligeranti di cui potremo definire Ziliani il capofila, che combatte con ostinata convinzione.

Il tema non è di poco momento, poiché secondo una corrente di pensiero, della quale il massimo esponente è Ezio Rivella, ex amministratore delegato dell’azienda Castello Banfi, una di quelle sotto accusa, disciplinare andrebbe modificato, introducendo la possibilità di produrre il Brunello con le aggiunte sotto accusa, mentre quella contrapposta, capitanata per l’appunto da Ziliani, rema in senso opposto indicendo confronti e dibattiti.

La vexata quaestio ha radici profonde.

Negli anni sessanta il Brunello di Montalcino era una realtà di nicchia, che trovava la sua origine in circa 60 ettari vitati attraverso l’opera di un numero di produttori inferiore a venti tra i quali il padre fondatore Biondi Santi. Il vino prodotto dal Sangiovese in purezza era e rimaneva scontroso per molti anni (alle volte decenni), prima di potere essere degustato, a prezzi proibitivi, ma regalava emozioni uniche, perché dotato di grande complessità oltre ad essere l’alfiere di quella territorialità che solo i veri intenditori potevano apprezzare ed era infinitamente longevo.

Negli anni successivi nel territorio si sono insediate aziende importanti che hanno visto la possibilità di approfittare del prestigioso marchio e gli ettari vitati sono diventati circa 2.000, poiché il Sangiovese venne piantato anche in terreni poco vocati, dove prima crescevano le querce, spesso sbancando intere colline, i produttori sono attualmente oltre 250 e la produzione di Brunello è arrivata al traguardo annuale di parecchi milioni di bottiglie, contro le 150.000 di 40 anni orsono.

In particolare i fratelli Mariani, italo-americani, diedero l’incarico ad Ezio Rivella di fondare e condurre, per loro, un’azienda che, in breve tempo, diventò leader nel settore, la Castello Banfi, che adeguò le caratteristiche del vino prodotto ai gusti del proprio mercato, che era, soprattutto, quello americano rendendolo più facile, più ruffiano e soprattutto immediatamente bevibile, senza dovere attendere anni trascinando in questo neue course altri produttori.

Da qui nasce la protesta di Ziliani, sicuramente condivisibile, in linea di principio, tutta votata alla conservazione del Brunello d’antan, ma alcune considerazioni sono d’obbligo.

Il Brunello di oggi, quello famoso in tutto il mondo è, soprattutto, quello addomesticato, che oltre tutto costa molto meno dell’altro, mentre quello che difende Ziliani è rimasto un prodotto di nicchia per pochi eletti.

Le grandi aziende sotto accusa lo hanno fatto diventare un grande marchio ed è per merito di queste che il valore internazionale che Ziliani cerca di tutelare è diventato tale.

D’altro canto gli stessi produttori di nicchia hanno goduto par ricochet della grande notorietà acquisita dal loro prodotto e quando, il 27 ottobre 2008, si è votato pro o contro le modifiche del disciplinare vi è stata una ipocrita votazione bulgara (come la definisce Ziliani) contro le modifiche.

Dico ipocrita poiché le stesse aziende indagate ed accusate di avere prodotto il Brunello “taroccato” hanno votato contro le modifiche dopo che solo qualche giorno prima, da quanto mi risulta, si erano espresse in senso contrario, evidentemente per compiacere l’opinione pubblica che si aspettava una unanime levata di scudi da parte dei produttori.

Probabilmente per risolvere il problema qualche soluzione si potrebbe trovare, tipo adottare il termine “classico” per il Brunello prodotto nelle zone storiche a più alta vocazione, tra l’altro questa scelta legislativa consentirebbe una regolamentazione autonoma all’interno della stessa DOCG

Purtroppo gli animi dei belligeranti sono accesi e non ammettono deroghe alla propria visione integralista, ricordano (provate a visionare il dibattito del 3 ottobre 2008 tenutosi all’università di Siena tra Ziliani e Cappellano, da una parte, e Rivella e Fiore, dall’altra) quei giapponesi, che anni dopo la fine della guerra, sono stati rinvenuti, su isole sperdute, ancora in armi convinti di dovere affrontare il nemico.

Probabilmente se la scuola di pensiero, capeggiata da Ziliani, avesse dominato nell’800’ il Barolo sarebbe ancora un vino dolce come veniva prodotto prima che vi mettesse mano la compianta Marchesa Falletti di Barolo.

 

                                                                                                                                    Diego Sburlino

 

 

 

Vitiano Falesco……… la classe non è acqua

Vitiano  - Umbria  - IGT  2006 – Falesco

 

vitianoGli esperti sono soliti ripetere che vi sono due parametri da considerare per la valutazione di un vino: le emozioni che suscita ed il rapporto qualità/prezzo. Il primo attiene alla sfera del personale ed ognuno di noi può riscontrarne la presenza nei vini più svariati, anche di prezzo basso, proprio perché certi profumi evocano, alle volte, delle sensazioni legate a ricordi che suscitano emozione.

Credo che nessuno possa dire, a priori, se un vino sia in grado di generare questo sentimento, a meno che non si tratti di vini che emozionano per la loro stessa grandezza sempre, beninteso, se chi li beve è in grado di comprenderne la portata.

Il rapporto qualità/prezzo, invece, è un parametro oggettivo, che dovrebbe essere presente in tutti i vini, e, alle volte, si riscontra in un prodotto da pochi euro mentre latita in vini molto più costosi.

Per eseguire questa valutazione è necessario considerare che parte del prezzo, che il consumatore finale paga, è dato dai costi, che non consistono solo nelle ore di lavoro in vigna, nel costo del tappo, della bottiglia e delle botti, ma anche negli ammortamenti delle attrezzature ecc…

Risulta, quindi, evidente quanto sia difficoltoso questo calcolo, anche perché le aziende su questo argomento sono, solitamente, molto riservate.

La parte, del prezzo, eccedente i costi di produzione è dovuta ai fattori più svariati che sarebbe lungo e scarsamente interessante elencare in questa sede, ma basti sapere che tale argomento è di tale difficile e sfuggente definzione che è stato oggetto di domanda all’ultimo concorso per stabilire il miglior sommelier del mondo e dei tre finalisti solo uno ha saputo dare una risposta soddisfacente, quello che, poi, ha vinto.

Ultimamente sulla revue du vin de france è apparso un articolo, ripreso dalla stampa italiana, che rivelava l’ammontare dei costi di produzione dei più grandi vini del mondo tra i quali lo chateau Petrus 2005, in vendita a circa € 5.000,00, nelle vetrine francesi, ed il Dom Perignon sullo scaffale a € 129,00, ebbene pensate che il primo costa al produttore € 30,00 ed il secondo € 20,00, lascio ad ognuno dei fortunati acquirenti di questi vini decidere se hanno bene speso i propri soldi (beninteso se per avere un mio parere intendessero inviarmene una bottiglia dichiaro sin d’ora la mia totale disponibilità).

Il vino di cui parlo oggi, il Vitiano della Cantina Falesco 2006 (Umbria IGT), è, sicuramente, alla portata di tutti e, secondo il mio modesto parere, ha un ottimo rapporto qualità/prezzo.

L’azienda, 500 ettari al confine tra Umbria e Lazio, non ha bisogno di presentazioni, fino agli anni ottanta si occupava solo dell’imbottigliamento poi la svolta con l’arrivo dei mitici fratelli Cotarella che ne hanno fatto un esempio trainante per tutti i viticoltori della zona.

Il vino è un assemblaggio di Merlot, Cabernet e Sangiovese, in pari percentuale, vendemmiati in decadi diverse del mese di settembre, macerazione sulle bucce per 20 giorni in acciaio e 3 mesi in barrique di Never.

Di colore rubino molto concentrato rivela, da subito, nel bicchiere una certa consistenza ed al naso, pur non essendo complesso, rivela nitidi descrittori di ciliegie ed amarene sotto spirito, cacao amaro, ed un finale metallico……….. di limatura ferrosa.

In bocca risulta adeguatamente morbido, importante la presenza di alcool anche se la sensazione pseudocalorica è mitigata da una adeguata struttura, i tannini e l’acidità sono ben evidenti e ne fanno un prodotto piacevole e beverino, di un certo equilibrio, anche se la scia delle sensazioni gustative non dura molto, per chiudere con un finale leggermente ammandorlato.

Questo è uno di quei vini che potreste anche fare passare per un prodotto importante se avete degli ospiti buongustai ma non molto eruditi in materia.

Io l’ho bevuto in accompagnamento ad una lasagna al forno, dove ha dato prova di un abbinamento quasi perfetto, ma potete tentare anche con formaggi e salumi, dovrebbe tenere anche se la persistenza gusto olfattiva è un po’ limitata, quindi vi consiglio di evitare i formaggi troppo stagionati ed importanti.

Il prezzo nella grande distribuzione, infine, varia tra i 5 ed i 6,5 € Anche se io l’ho acquistato a € 5,10 nel circuito Pellicano……provatelo.

Diego Sburlino

 

 

 

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89 e lode!!! 

Vie di Romans Chardonnay – Friuli Isonzo – Doc  2006 – Vie di Romans

 

Parliamo dello Chardonnay  di Vie di Romans su cui  già avevo avuto modo di dire la mia in epoca non sospetta  (2006) , e cioè di sbilanciarmi in lodi che in questo frangente mi sento di ribadire: meraviglioso il colore, giallo dorato molto intenso, eccellente persistenza e grande eleganza nei profumi, su tutti,  il dolce armonioso aroma di vaniglia (Diego C. insegna) frutto di un delicato passaggio in barrique, il bouquet si arrichisce ancora con i classici sentori dello Chardonnay quali ananas e miele; grande struttura e ben equilibrato anche se forse un po’ sbilanciato sulle morbidezze  in bocca si ha quasi la sensazione di cremosità, lunga la persistenza anche in bocca, intenso e di qualità fine, armonico , lo stato evolutivo fra il pronto e il maturo.   Data la natura del vino l’abbinamento più giusto forse sarebbe stato con grandi ed elaborati piatti a base di pesce ma noi del GDM abbiamo azzardato su un Risotto al Culatello preparatoci dal nostro amico e maestro Giovanni Creminati e vi posso garantire che l’abbinamento non ci è affatto dispiaciuto. Forse è semplice lodare un vino di prodotto da Vie di Romans perchè quando si parla di produttori del calibro della famiglia Gallo oltre sulla loro esperienza nella produzione del vino si scopre la quasi maniacale precisione nella complicata lavorazione dei loro prodotti, pensate le barrique di rovere francesi usate nella fase della fermentazione sono con grana differente, per 2/3 di grana media e per 1/3 di grana fine, questo “assemblaggio” di tipologie diverse di legni usate per le botti danno dei grandi risultati perchè non danno un l’impronta sul vino ben definita della classica barrique, ma donano invece delle piccole diverse sfumature arricchendo e non determinando il profumo e il gusto del vino.

Eseguendo (ogni tanto mi alleno) la scheda AIS di valutazione a punteggio del vino,  mi trovo di fronte, secondo il mio modesto parere a un bel 89; per quanto possa valere la mia considerazione tecnica vi posso garantire che la soddisfazione più grande è stata guardare i miei amici degustare quel vino che nel posare il bicchiere ripetevano ogni volta “min..ia che vino!!!!”

In enoteca  intorno ai 20 €.

Biagio Primiceri


 

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BARBARESCO .  

Il fratello minore del Barolo !?!!.

Anch’io fino a ieri consideravo il Barbaresco come il fratello minore del Barolo ma invece….

Ci siamo trovati la sera del 6 febbraio noi del DGM nella sala convegno del Ca Noa , eravamo insieme ad un centinaio di persone in maggioranza sommelier ma anche appassionati di eno o semplicemente bevitori (come l’amico Roberto) . Sembrava una degustazione tradizionale,  il solito foglietto AIS con  i cerchi sul quale erano appoggiati i  bicchieri , lista dei vini in degustazione  e 2 confezioni di grissini,  che per chi non ha cenato prima di una degustazione, diventano una manna.  Scorrendo la lista dei vini in degustazione vedo produttori  ,  di cui non conoscevo l’esistenza (che vergogna!!), anche  perché non avendo una grande esperienza su quel nettare prodotto dal Nebbiolo, mi ero soffermato solo a vederlo con etichette tipo , Gaja, La Spinetta, Pio Cesare .

Ore 20.45 ecco Franco Ziliani, prima volta per me vederlo dal vivo (si, è come aspettare una star che fino a quel momento si è vista solo in foto) leggo i suoi articoli sulle diverse riviste su cui scrive e seguo principalmente il suo Blog (vino alvino). Non nego che in quella serata ci ero andato principalmente per  lui. Per chi legge di vino può capire che personaggio avevo di fronte, la sua esposizione quando leggo i suoi articoli è avvincente, molto tagliente e senza riguardo per nessuno “pane al pane, e…. (guarda un po’)… vino al vino”,  e secondo un mio modesto parere è uno che di vino ne ha “bevuto parecchio” .

Del  Nebbiolo ero  già innamorato, la penso come lui quando parla del miglior vitigno in circolazione, basta pensare ai vini prodotti da questa uva, oltre il Barbaresco e Barolo, anche Gattinara, Ghemme, Sforzato, Valtellina Superiore, Roero (tutti Docg) e ancora Boca, Bramaterra, Lessona, Fara, Sizzano, Albugnano, Langhe e Colline Saluzzesi (Doc piemontesi),  Terre di Franciacorta (anche se in piccole percentuali) e addirittura in  Sardegna dove compare in una IGT Colli del Limbara in provincia di Sassari  e in  Valle D’Aosta con le Doc Donnas e Arnad-Montjovet.

Del vino prodotto da Nebbiolo apprezzo quello piemontese amo quello valtellinese (una bottiglia su tutte Fruttaio Ca’Rizzieri 2002 di Rainoldi).

Ritorniamo a Ziliani, parte a spron battuto con brevi cenni storici, piccole storielle sui primi vignaioli, entra nel tecnico parlando di terroir, vitigno e metodologia di produzione, “da i numeri” per gli amanti della statistica (io lo sono) sulla  grande evoluzione  a livello di qualità e anche di produzione di questo grande vino, si sofferma  sui grandi produttori di Barbaresco, sottolineando l’apporto che hanno dato a far si che diventasse uno dei vini più importanti del mondo, ma facendo poi  trasparire nel finale una vena un po’ critica su qualcuno di loro circa la propria idea sul disciplinare di produzione . Tra le tante belle parole di Ziliani spese sul  Barbaresco io scrivo testualmente la frase che più di tutte mi ha colpito : “è un vino elegante, espressivo con il quale si può dialogare“.

Passando alla degustazione vediamo i vini in degustazione:

1. Produttori del Barbaresco – Barbaresco Rabajà 2005

2. Castello di Verduno – Barbaresco Rabajà 2005

3. Cortese – Barbaresco Rabajà 2005

4. Bruno Giacosa – Barbaresco Asili 2005

5. Fratelli Giacosa – Barbaresco Basarin Vigna Gian Matè 2004

6. Cascina delle Rose – Barbaresco Rio Sordo 2004

7. Cascina Luisin – Barbaresco Rabajà 2004

8. Rizzi – Barbaresco Boito 2004

In breve vi dico che è stata una degustazione di grandi prodotti, su tutti il Barbaresco Asili di Bruno Giacosa dal colore rubino luminoso, al naso una grande complessità, dalle note fruttate di ribes, more alle note di liquirizia, e ancora tabacco e forse cuoio, con un finale di rosa, in bocca grande struttura, equilibrato, i tannini non invadenti, sapido e con buona acidità compensano una grande morbidezza, intenso con una buona persistenza, complesso, fine e armonico, pronto ma con grandi prospettive nel tempo. Insomma che dire, a mio parere un grandissimo vino. Dalla degustazione si evince comunque che la differenza di evoluzione delle varie cru penalizzava un po’ i prodotti provenienti dal Rabaja potenti e austeri di solito bevuti con qualche anno in più rispetto all’Asili. Nota positiva anche il Boito di Rizzi molto particolare di grande struttura, tannini evidenti,  fine la qualità e  con una  lunghissima  persistenza, tra gli 8 era l’unico proveniente da Treiso (uno dei 3 comuni del Barbaresco) .

Bellissima serata, che spero si ripeterà fra un mese con la degustazione di Brunello di Montalcino sempre con Franco Ziliani. Nota negativa: siamo usciti dalla sala come dei facoceri affamati in cerca di qualsiasi cosa da mangiare, non si possono degustare 8 Barbaresco senza accompagnarli con qualcosa di più sostanzioso di 4 grissini. (Nota negativa da addebitare all’Ais Brescia che di solito è perfetta nell’organizzazione di questi eventi).

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Ah dimenticavo i facoceri alla fine hanno trovato da mangiare dei paninozzi con della mortadella alla prima trattoria trovata. Anche questo è DIGUSTOMANGIANDO.

Ciao

 

 

 

 

 

Biagio Primiceri

 

 

 

 

 


 

 

 

 

chardonnay_immagine_vinoVitigni internazionali e terra friulana un binomio perfetto

Chardonnay – Colli Orientali del Friuli – Doc  2005  Marinig

Qualche giorno fa ho bevuto un vino friulano (di quella che considero la mia terra per intenderci), lo Chardonnay 2005 dell’azienda Marinig di Prepotto (UD), e quando dico friulano intendo proprio riferirmi all’idea di terroir che questo termine evoca.

La storia del vino in Friuli affonda le sue radici nei lontani secoli XIII e XII a.c., secondo quanto ritengono gli studiosi, quando gli Eneti (antico popolo che viene, addirittura, citato da Omero come combattente a fianco dei Troiani contro gli Achei di Agamennone) portarono nel territorio le prime viti.

In epoca romana la vite era coltivata in tutta la regione, ma è nel medioevo che i vini friulani assurgono a protagonisti della vita commerciale e quotidiana (un documento del 1307 riporta la vendita di terreni vitati con il nome di Urnas Rabioli, cioè vino di Ribolla). In seguito furono introdotti anche il Terrano,  il Pignolo e, molto dopo, il Picolit.

Nel 1850 la regione viene flagellata dall’oidio, nel 1881 dalla peronospora e, dulcis in fundo, nel 1888, dalla fillossera.

È’ in questo secolo, dalla metà circa, che vengono impiantate nella regione le viti francesi.

Ritenere, quindi oggi, che i vitigni, cosiddetti internazionali, in Friuli, non possano essere definiti autoctoni, sembra un po’ strano.

Per capire bene di cosa sto parlando pensate solo che il Picolit, fiore all’occhiello della regione ed indubbiamente annoverato tra le uve caratteristiche del posto, ha fatto la sua comparsa in loco nel XVIII secolo, cioè solo pochi decenni prima dei vitigni francesi.

Nel mio piccolo posso testimoniare che, dalle vallate della Carnia (nelle quali ho trascorso lunghi periodi della mia vita) alle pianure della bassa friulana, la gente si reca all’osteria, mescita o ristorante ordinando un merlot, un cabernet o un pinot e via dicendo, naturalmente con la …t…finale ben scandita, alla friulana…….per intenderci, non certo come li pronuncerebbero i neointenditori di vino che affliggono le nostre città, originati dai corsi e microstage che prolificano ovunque. Provate a chiedere ai friulani quali sono i vini tipici della regione e mi saprete dire se non ho ragione.

D’ altro canto il recupero dei vitigni autoctoni è un fenomeno che ha interessato solo l’epoca più recente, con risultati, come tutti sanno, molto interessanti, ma che non coinvolge l’uso quotidiano del vino, tranne poche eccezioni.

L’azienda Marinig è un’azienda a conduzione familiare, fondata nel 1921 dal nonno del titolare, la famiglia segue direttamente tutte le fasi della produzione, dalla cura del vigneto alla commercializzazione del vino.

L’azienda comunica che le uve Chardonnay sono raccolte a mano nella seconda decade di settembre ed il vino subisce una macerazione a contatto con le bucce per 6-8 ore a 12 C°, pressatura soffice, decantazione statica, fermentazione controllata per circa 20 giorni in acciaio dell’80% della produzione, fermentazione ed affinamento in tonneau del restante 20%.

Da notarsi che quest’ultima pratica, consistente nella vinificazione separata (in acciaio ed in tonneau) con successivo assemblaggio dei vini è molto diffusa presso le altre aziende della zona dei Colli Orientali del Friuli.

Nel bicchiere si presenta giallo paglierino, abbastanza consistente, al naso rivela profumi fruttati intensi di frutta matura esotica, soprattutto banana, e fiori bianchi e, poi miele.

In bocca è straordinariamente avvolgente, morbido, e torna preponderante il miele prima avvertito al naso, che coinvolge tutto l’apparato gustativo, fresco e sapido quanto basta a renderlo equilibrato, chiude con un retrogusto ammandorlato.

Me lo sarei aspettato un pò più lungo ed in bocca sento un po’ di vuoto ma l’insieme è sicuramente buono.

Provatelo con le carni bianche anche saporite (faraona) e con i pesci di mare (per esempio il branzino) al forno come ho fatto io.

 

Diego Sburlino

 

perli1La Storia nel bicchiere

Perlì  2007 – Comincioli

Sfogliando la guida “Vini Plus 2009” dell’AIS noto un vino, che ho degustato l’anno scorso, il Perlì 2007 di

Comincioli, nota azienda di Puegnago sul Garda (BS).

La valutazione che ne viene data è di una “rosa camuna”, simbolo che nella legenda viene spiegato corrispondere a un “vino di discreto livello meritevole di segnalazione”, ovvero al livello minimo contemplato dalla guida, che successivamente ne prevede altri tre.

Rimango un po’ stupito perché lo ricordo come un vino molto piacevole, la guida, poi, aggiunge che viene prodotto da uve trebbiano della Valtenesi al 100%.

C’è qualcosa che non mi convince, decido di acquistarlo e di procedere ad una nuova degustazione.

Nel bicchiere si presenta giallo paglierino, abbastanza consistente, emana profumi fruttati, di pompelmo e limone in particolare, floreale, con un soffio di mineralità, denotando pulizia e qualità, anche se non può certo essere definito complesso.

In bocca è morbido, fresco e sapido, abbastanza equilibrato, con un finale discretamente lungo, davvero molto piacevole, conquista e si resta con il desiderio di berne nuovamente.

È ottenuto, contrariamente a quanto viene indicato in guida, da un uvaggio di Trebbiano della Valtenesi 60% ed Erbamat 40%.

Il primo vitigno è abbastanza conosciuto in zona, ma il secondo merita qualche cenno storico poiché si tratta di una qualità scarsamente impiegata.

L’Erbamat è un vitigno di origini antiche, lo troviamo nominato da A. Gallo nell’opera “Le venti giornate della vera agricoltura” (1550), successivamente dal Grattarolo (1587) e, più recentemente dal Solito (1897) che lo definisce come uno dei migliori del lago di Garda. Originario della sponda occidentale del lago dove anche oggi si può trovare in piccole realtà produttive. Vinificato in purezza è di scarso pregio, giallo paglierino scarico, leggermente profumato, discretamente corposo e con alto livello acidico. Negli uvaggi (come il Perlì) trova la sua migliore collocazione, poiché conferisce acidità, finezza e struttura. Va aggiunto che questa qualità si è rivelata particolarmente tollerante all’oidio.

Il Perlì è sottoposto ad una breve macerazione del mosto con le bucce in ambiente controllato, prima della fermentazione, e successivamente viene affinato in acciaio.

Lo trovo perfetto con il pesce di lago, e con gli antipasti.

Credo che varrebbe la pena di degustare la stessa annata in esame tra un paio d’anni.

Si trova in commercio ad un prezzo attorno agli 8 €.

Diego Sburlino

 

foja-tondaCara e dolce ….Casetta

Foja Tonda Vallagarina – IGT 2005 – Armani

Casualmente durante una giornata sciistica in Trentino sull’altopiano di Brentonico sono venuto a conoscenza di questo vino che merita una particolare citazione se non altro perché fatto con uve autoctone (Casetta) che stavano scomparendo perché abbandonate dai viticultori.

Viene prodotto nella Valdadige a Dolcè in provincia di Verona ai confini con la provincia di Trento dalla cantina Albino Armani proprietaria di circa 220 ettari coltivati a vitigno.

Per il Foja Tonda viene utilizzata l’uva Casetta in purezza che è una varietà di Vitis Lambrusca, ma con foglie tondeggianti anziché frastagliate come quelle dell’Enantio (costituiscono i 2 vitigni autoctoni della Doc TerradeiFortiValdadige) per la quale che come dicevo prima è stato fatto un lungo lavoro di recupero (propaggine) per evitare che andasse persa questa peculiare uva della Valdadige.

Io ho acquistato il vino direttamente all’enoteca della cantina e sono rimasto sbalordito per il numero di vini diversi che producono (30 etichette) e dopo ho scoperto che a Dolcè imbottigliano tutti i vini prodotti dalle loro 5 cantine.

La bottiglia si presenta con un’etichetta semplice ed un’immagine stilizzata e scritta dorata su sfondo nero.

All’apertura della bottiglia il tappo risulta perfetto senza odori sgradevoli e versando un po’ di vino si nota subito un bellissimo colore rosso rubino intenso con riflessi violacei, limpido e abbastanza consistente.

Avvicinando il bicchiere al naso noto l’intensità del suo profumo vinoso, con richiami dapprima di fiori rossi (viola) con il susseguirsi di note fruttate (mora, mirtillo, fragola e prugna) con un finale a mio avviso di tabacco.

In bocca è secco, con una buona acidità, moderatamente tannico, sapido, fresco e con un buon corpo.

Direi un vino pronto, abbastanza armonico ed equilibrato.

Da provare fra qualche anno.

Che dire è un vino, che degustato con amici (si quelli giusti) è un vino che non passa inosservato anzi si erge a protagonista facendo discutere, e parecchio, di se stesso.

In azienda il prezzo è 9€ i.i.  Su prenotazione sono anche disponibili per delle visite guidate e delle degustazioni.

Cantina Albino Armani
Via Ceradello, 401 – 37200 Dolcè (VR)
Tel. +39 0457 290 033
Fax +39 0457 290023
Massimo Rizzi (addetto alla clientela) 0457290285

Contributor: Stefano Geromel

ceci2

Lambrusco … d’autore

Giuseppe Verdi – Lambrusco –  Ceci

Qualche giorno fa, trovandomi al supermercato Continente di Rezzato (BS) (appartenente al gruppo Pellicano) ho deciso di dare la solita occhiata al reparto vini (non riesco mai a farne a meno, sono pur sempre un sommelier) anche se ormai lo conosco a memoria e l’occhio mi è caduto su un lambrusco, il Giuseppe Verdi della cantina Ceci.

L’azienda e di quelle famose, venne fondata nel 1938 dal nonno degli attuali proprietari, Otello Ceci, oste del parmense con la passione del vino, continuata dai figli nel dopoguerra ed ereditata dagli attuali proprietari, i nipoti per l’appunto, che nell’ultima annata hanno raggiunto il ragguardevole traguardo del 1.000.000 di bottiglie prodotte.

Il loro prodotto di punta è quell’ “Otello nero di lambrusco” che nel 2007 venne inserito nella lista dei migliori vini italiani ottenendo, nelle varie guide, punteggi che nessuno avrebbe mai pensato un lambrusco potesse raggiungere.

Per non parlare del “lambrusco Terre Verdiane”, altro mito per gli appassionati del genere e prodotto storico dell’azienda.

Io, confesso, non sono un amante dei vini frizzanti ed  in particolare non amo i lambruschi, essendomi trovato alle prese, nella maggior parte dei casi in cui li ho degustati, con vini che bevuti ad occhi chiusi avrebbero potuto essere confusi con una bibita gassata, se si esclude il leggero effetto pseudocalorico iniziale.

Il Giuseppe Verdi non lo conoscevo e, quindi l’ho acquistato, al costo di €. 4,88, ritenendo potesse trattarsi del solito prodotto da battaglia che le aziende molto spesso immettono sul mercato sperando che i prodotti più noti, della stessa casa, abbiano un effetto trainante.

Al momento della mescita ha rivelato subito una certa consistenza e  si è formata una spuma rossastra alta un dito, di una consistenza quasi cremosa, che stentava a dissolversi, colore compatto, impenetrabile rosso rubino con riflessi violacei.

Al naso si è rivelato inaspettatamente di qualità, decisi i profumi di frutta soprattutto fragola e piccoli frutti di bosco, mirtilli in particolare e poi floreali, viola su tutti.

Mentre lo porto alla bocca nel bicchiere resta la traccia della spuma che crea dei cerchi rossi e subito mi tornano alla mente i vini dei contadini quelli che si bevevano quando ero bambino, quando i produttori non sapevano cosa fosse la fermentazione a temperatura controllata, la criomacerazione e l’osmosi inversa, la barrique e tutte le altre diavolerie che aiutano, oggi, a produrre grandi vini ma tendono a togliere il gusto del territorio…….. i vini, per intenderci, che beveva mio nonno materno (era di Ferrara) e subito mi torna alla mente anche lui ed i suoi gesti, le sue parole, le sue battute……

E si………. questo vino mi ha davvero emozionato, poi in bocca da il meglio di se, morbido, fresco e sapido e con un residuo zuccherino sensibile, davvero equilibrato e di carattere, come non avrei mai sperato potesse essere un lambrusco.

Finale lungo che non delude le aspettative create in precedenza, frutto quasi masticabile (per usare un termine del quale ormai si abusa).

Lo consiglierei con i salumi, meglio se quelli un po’ grassi tipo salame di Felino e con gli arrosti, provatelo con un arrotolato di vitello come ho fatto io e non resterete delusi.

Voglio saperne di più e cerco in internet, ma trovo solo i prodotti più blasonati dell’azienda.

Non mi arrendo e decido di chiamare il produttore, il centralinista, al quale mi presento come appassionato e spiego che vorrei sapere come lo fanno e con quali vitigni, mi dice di attendere e mi passa nientemeno che Alessandro Ceci, l’enologo dell’azienda, nonché nipote di quel mitico nonno che ha dato inizio a tutto.

Nel presentarmi a lui spero che non mi riattacchi il telefono, io sono solo un semplice appassionato. Lui il produttore del migliore lambrusco d’Italia.

Alessandro con una cortesia ed una passione, che in un primo momento mi imbarazzano, mi spiega tutto travolgendomi con un fiume di parole che non riesco quasi ad interrompere.

Mi dice che il Giuseppe verdi è fatto con uvaggio di lambrusco Maestri 50% e lambrusco Marani 50%, stessa base del più blasonato “Terre Verdiane”, ma con una fermentazione più breve, di 2 mesi e mezzo.

Mi spiega che quello è lo stesso vino che bevevano i contadini della bassa e continua con altri dettagli dai quali trapela tutto l’orgoglio e l’amore che vorresti sempre trovare in un produttore di vino e che, mi piace immaginare, animavano l’attività del nonno Otello.

Alla fine del colloquio, durato una decina di minuti, capisco perché quello che ho bevuto sia il miglior lambrusco che abbia mai trovato nella grande distribuzione…..un vero sorso di territorio nel bicchiere…a soli €. 4,88.

Diego Sburlino

 

Una risposta

31 01 2009
Davide

Condivido quello che hai scritto soprattutto ottimo il rapporto qualità prezzo ma non capisco perchè non compare nei prodotti del sito di Ceci.

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